Chi sarà il nuovo maestro Manzi?


Venerdì scorso la RAI ha convocato la stampa e ha dato l’annuncio ufficiale in pompa magna (rilanciato anche da Mediaset): la nostra televisione pubblica si impegnerà per superare l’arretratezza digitale che separa l’Italia dal contesto europeo e la confina al penultimo posto in Europa. L’Italia è anche fanalino di coda in UE per la diffusione della banda larga ma prima per i prezzi alti. In effetti i dati Istat ci dicono che un terzo degli italiani è un “analfabeta digitale” e il 37% non si è mai connesso a Internet. Ne sappiamo qualcosa anche nella nostra città, dove il tanto strombazzato progetto “Cinisello Balsamo – distretto digitale” è ancora una chimera. Si tratta di un pesante divario culturale che ha gravi implicazioni sociali ed economiche.

Negli anni ’60, quando un terzo degli italiani non sapeva leggere e scrivere, la RAI ebbe un’enorme funzione contro l’analfabetismo. Con il mitico maestro Alberto Manzi e la sua trasmissione “Non è mai troppo tardi” la tv pubblica dal 1960 al 1968 salì in cattedra, si fece maestra e diede un contributo fondamentale allo sviluppo culturale del nostro Paese. Ispirandosi a quella meravigliosa esperienza, con il progetto “Rai per l’alfabetizzazione Digitale: Maestro Manzi 2.0”, la tv pubblica intende offrire un contributo concreto per la formazione digitale dei cittadini italiani, ma con un approccio del tutto diverso giustificato dai cambiamenti intervenuti nella società italiana e nelle modalità comunicative. Non proponendo specifiche trasmissioni di informazione, ma “contaminando” con appropriati contenuti l’intera offerta del servizio pubblico, dai programmi della mattina alle fiction e ai talk show.

L’intento è sicuramente nobile, ma il paragone non regge. Contaminare vuol dire che vedremo Bruno Vespa presentare l’ennesimo plastico disegnandolo con AutoCAD? Antonella Clerici che esalta i prodigi della domotica accendendo il forno dal tablet? Alberto Angela che posta in diretta su Facebook l’ennesima panzana sugli attentati dell’11 settembre 2001? Vedremo se sarà solo cabaret oppure se la similitudine con gli anni Sessanta reggerà.

Pensare di ripetere la straordinaria esperienza del maestro Manzi disseminando in maniera caotica le informazioni non aiuterà a far conoscere al grande pubblico, prima che sia “troppo tardi”, le modalità d’uso e i benefici che le tecnologie e i servizi digitali apportano alla vita quotidiana. Manzi aveva una dimensione attoriale e comunicativa che lo rendeva un maestro ineguagliabile: per rispondere a un’esigenza fondamentale coniò un linguaggio televisivo-educativo tuttora insuperato (infatti la RAI vendette in tutto il mondo il format della trasmissione). Nell’Italia sguaiata e ignorante di oggi, servirebbe proprio un divulgatore educato, un irresistibile narratore, un insegnante colto come Alberto Manzi. Per trasformare la tv in un luogo dignitoso, per parlare e riflettere e ascoltare. Non solo per per colmare i ritardi sul digitale.

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