Una pietra, una persona, un nome

Pietre-Inciampo-Ghetto-RomaI nazisti avevano già capito che si sarebbe giocato tutto con l’oblio, la non memoria.

In qualunque modo questa guerra finisca, la guerra contro di voi l’abbiamo vinta noi. Nessuno di voi rimarrà per portare testimonianza, ma se anche qualcuno di voi scampasse, il mondo non gli crederà. Forse ci saranno sospetti, discussioni, ricerche di storici, ma non ci saranno certezze, perché noi distruggeremo le prove insieme a voi. E quando anche qualche prova dovesse rimanere, e qualcuno di voi sopravvivere, la gente dirà che i fatti che voi raccontate sono troppo mostruosi per essere creduti.

Così le SS ammonivano i deportati nei campi di sterminio, ricorda Simon Wiesenthal  in Gli assassini sono tra noi

Sappiamo che non è andata così. La Shoah (sterminio del popolo ebraico) viene ricordata e anche quest’anno fioriscono in Italia e in tutto il mondo iniziative culturali, musicali, istituzionali, molte delle quali di elevatissima qualità, per mantenere viva la memoria dell’olocausto. A questo scopo, con una legge del 20 luglio 2000, fu istituito il Giorno della Memoria, da celebrare il 27 gennaio di ogni anno.

Tra la miriade di eventi in onore di questa ricorrenza, vale la pena di menzionare l’iniziativa Stolpersteine, le pietre d’inciampo ideate dall’artista tedesco Gunter Demnig, che nel gennaio 1995 posò le prime pietre a Colonia.

Da allora ne sono state installate più di 50.000 in oltre 1.100 località europee tra Germania, Austria, Ungheria, Ucraina, Cecoslovacchia, Polonia, Olanda e Italia. Roma è stata la prima città italiana a posare le pietre d’inciampo (qui una mappa purtroppo non aggiornata), a cui sono seguite: Viterbo, Siena, Reggio Emilia, Correggio, Meina, Padova, Venezia, Livorno, Prato, Ravenna, Brescia, Genova, Collebeato, Sarezzo, L’Aquila, Bolzano, Ostuni, Chieti, Casale Monferrato, Teramo, Gorizia, Torino.

Naturalmente l’inciampo non è fisico, ma visivo e metaforico: le pietre non provocano alcun rischio per il passante (sono infatti a livello stradale) ma hanno l’obiettivo di catturarne l’attenzione, ricordandogli quanto è successo in un passato troppo lontano. Su sampietrini di tipo comune sono fissate targhe di ottone lucente con incisi nome e cognome del deportato, anno di nascita, data e luogo di deportazione e, se conosciuta, data di morte. Un segno discreto ma tangibile che diviene parte integrante della città. La memoria non si risolve solo in appuntamenti occasionali e celebrativi, ma diviene parte integrante della vita quotidiana. Generando una grande mappa urbana si dà voce alle vittime della deportazione: “una persona è dimenticata solo se è dimenticato il suo nome” ha scritto l’artista Gunter Demnig.

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